Una mattina al “Museo delle arti della stampa”

Perché non approfittare di una bella mattinata d’estate per visitare un museo della nostra città? E’ quello che ci diciamo io e la mia famiglia in una caldissima mattina di fine luglio. E a Jesi di luoghi della cultura da visitare ce ne sono veramente molti: i musei civici di palazzo Pianetti, il museo diocesano, quello dedicato all’imperatore Federico II, il nostro teatro Pergolesi, insignito del pregiato titolo di “teatro di tradizione”, il quattrocentesco palazzo della Signoria e molti altri. Questa volta abbiamo scelto di fare un interessantissimo viaggio attraverso la storia delle arti tipografiche, di cui la nostra città vanta un’importante tradizione.

museo ingressoIl luogo dove è possibile farlo è il “Museo delle arti della stampa”, istituito nell’anno 2000, che si trova in via Valle, all’interno di palazzo Pianetti vecchio, che fino al Cinquecento ospitava il convento delle monache clarisse. Il palazzo ospita anche uno dei maggiori esempi di arte barocca esistente a Jesi: la settecentesca chiesa di San Bernardo, ora sconsacrata.

La nostra guida ci illustra con professionalità e gentilezza diversi macchinari ed accessori per la stampa oltre ad esemplari di libri rari e documenti d’archivio. Noto che le mie bimbe si avvicinano con curiosità e stupore a dei grandi macchinari, che sembrano dei giganti vicino a loro e che sono quanto di più lontano e diverso dalla nostra stampante, collegata al computer, che è l’unico mezzo per stampare che hanno visto fino ad ora.

museo saloneGli antichi strumenti, che lentamente conosciamo e scopriamo – torchi, pedaline, caratteri mobili, banchi per la composizione e molto altro – sono carichi di mistero, storia e cultura ma soprattutto sono in grado essi stessi di raccontare in qualche modo l’ingegno e le fatiche di interi secoli dei tipografi della nostra zona. Tutto quello che si trova qui, infatti, apparteneva a tipografie di Jesi e della provincia di Ancona e sono di un’epoca che va dal Settecento agli anni 60 del secolo scorso. In particolare, due tipografie jesine hanno ceduto i macchinari ed anche i loro archivi al Comune: si tratta della Diotallevi, che dal 1921 al 1991 aveva sede proprio negli stessi spazi che ora ospitano il museo, e la Flori, che invece si trovava presso Costa Mezzalancia, meglio conosciuta come le scalette della morte. Tra i torchi esposti, il più antico è della fine Settecento, è di legno ed è molto simile ai primissimi che furono realizzati. Poi ne vediamo uno un po’ più recente, di ferro. La guida invita mio marito a provare a metterlo in funzione, girandolo: è molto faticoso ma si riesce a riprodurre lo stesso movimento che, secoli fa, quotidianamente il tipografo doveva fare centinaia e centinaia di volte per realizzare una stampa. Iniziamo a realizzare quanta fatica fisica, oltre naturalmente alla precisione, richiedesse questo tipo di lavoro. Possiamo inoltre vedere e toccare con mano i cosiddetti caratteri mobili, che sono lettere in rilievo e al contrario. Sono molti e anche diversi i macchinari che abbiamo la possibilità di osservare e scoprire: una cassa tipografica simile a quella inventata da Gutenberg, una macchina piano-cilindrica che ricorda i treni a vapore. Vediamo anche la Linotype, donata da una tipografia di Ancona, che fu inventata nel 1881 e fu la prima macchina per la composizione tipografica automatica, consentendo di aumentare molto la produttività.opera Dante Cattura la nostra attenzione, dentro ad una teca di vetro, vicino ad incunaboli e libri di pregio, una copia della Divina Commedia che fu stampata a Jesi coi caratteri mobili nel XV secolo; vi possiamo leggere alcun versi del XXXIII canto del Paradiso, l’ultimo della grande opera dantesca. La Divina Commedia fu stampata il 18 luglio del 1472 dal famoso tipografo Federico Conti e questo è ancora oggi motivo di orgoglio per la nostra città: quella jesina è, infatti, una delle primissime edizioni stampate in Italia; pare che sia stata preceduta solo da un’altra edizione stampata invece a Foligno nel mese di aprile dello stesso anno. Purtroppo delle sei copie della Commedia stampate all’epoca da Federico Conti nessuna oggi è conservata nella nostra città e dobbiamo perciò accontentarci di una foto e di una copia. Devo dire che in questo momento così particolare per la nostra storia, mentre è ancora in corso in tutto il mondo un’epidemia, ci fa un effetto ancor più particolare ricordare la storia del famoso tipografo Federico Conti. Pare, infatti, che lui, veronese, arrivò a Jesi proprio in un momento simile a quello che stiamo vivendo oggi: a seguito della grave diffusione di peste che intorno al 1470 provocò la morte di moltissime persone nella zona di Jesi, Federico Conti, come tante altre persone provenienti dal Nord, accolse l’invito dell’amministrazione locale che, con un bando, invitava i lombardi – così come venivano chiamati all’epoca i settentrionali – a ripopolare la zona di Jesi in cambio di tante agevolazioni, come una casa, un orto e l’esenzione della tasse. Il tipografo veronese deve aver visto questo invito come una buona opportunità per lui e per la sua famiglia: aveva ben sei figli da sfamare e nella sua terra c’erano già troppi tipografi. Nell’anno 1472 venne a Jesi portando con sé un testo manoscritto della grande opera di Dante Alighieri e, con esso, l’ambizione di stamparla. E, come la storia ci insegna, riuscì a realizzare il suo sogno, diventando il primo e più famoso tipografo di Jesi. Il nostro viaggio nella storia della tipografia – jesina e non solo – termina con la visita all’archivio in cui il pupazzettosono conservati manifesti della città di Jesi del XX secolo e i numeri di un simpatico periodico, “Il pupazzetto”. La rivista, un quindicinale di stampo satirico, fu pubblicata tra il 1916 e il 1947 da Duilio Diotallevi, titolare della tipografia che qui, nel palazzo storico di via Valle, aveva sede. “Il pupazzetto”, come possiamo facilmente evincere osservando alcuni numeri esposti, era ricco di caricature e macchiette e rivela anche alcune importanti amicizie di Diotallevi con uomini di cultura del tempo. Anche in questo caso, noto lo stupore e la curiosità delle mie bimbe, che si fermano ad osservare una vignetta in cui è rappresentato Martin Calandra, il poeta che ci ha donato tra le più belle poesie in dialetto jesino. La nostra visita finisce e portiamo via con noi non solo alcune conoscenze in più ma anche lo stupore e l’entusiasmo delle nostre bimbe e la voglia di programmare al più presto la visita ad un altro museo, magari, ancora una volta, jesino.

Prof.ssa Laura Marotti

 

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Una risposta a Una mattina al “Museo delle arti della stampa”

  1. M.Alessandra Bini scrive:

    Ottimo consiglio Prof…conoscere la storia del proprio territorio è un dovere, in questo caso anche un vero piacere! Grazie Laura

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